CONVIVENZE

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Le due narrazioni che seguono, Cedimenti e Fisarmonica, sono separate dalla membrana piuttosto permeabile di una sequenza di asterischi. La discordante simmetria che le giustappone è di tipo geometrico: nella prima la progressiva costrizione del contesto cede alla svincolante regolarità della ripetizione, nella seconda l’espansione dai limiti della restrizione si confronta con la difficoltà del cambiamento. Accostarle ci è sembrato un modo per dire che chi sta dentro la REMS dialoga come chiunque con la ripetitività dei gesti dell’esistenza, e che chi esce dalla REMS non risolve nelle prassi sanitarie il conflitto con sé stesso. E’ stato insomma un tentativo di comunicare, di superare quel muro che divide la reclusione di chi sta dentro la REMS, che sia paziente oppure operatore, dall’esterno. Un tentativo di dire che questo muro esiste, come esisteva quello dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, ma che per una serie non facilmente definibile di motivi ne differisce.

CEDIMENTI

Il primo di Aprile del 2015 è stata istituita nella nostra Regione, come nel resto del territorio nazionale, la Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, la cosiddetta REMS, cioè la struttura sanitaria nella quale viene limitata la libertà di persone che al momento del compimento di un reato grave siano state giudicate incapaci di intendere e di volere. Queste persone venivano precedentemente ricoverate negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, noti anche come Manicomi Criminali, ora chiusi. L’effettiva apertura dell’unica REMS presente nella nostra Regione è stata preceduta da una fase di attesa piuttosto lunga, iniziata dalla data di formale istituzione e conclusa il 27 di Luglio dello stesso anno, giorno di arrivo del primo paziente. Questo tempo di latenza è stato dovuto alle necessita di reperire una struttura, di adattarla, di assumere il personale e di formarlo. In questa fase preliminare si è molto parlato. E sono stati affrontati molti temi, ma in modo particolare quello della convivenza. Convivenza in primo luogo tra le parti che compongono la REMS: il Personale Sanitario dipende infatti sia direttamente dal SSN, sia da una Cooperativa Privata; le Guardie Giurate da una seconda Cooperativa. Convivenza tra le Istituzioni che compongono la rete funzionale chiamata a sostituire gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari: i Dipartimenti di Salute Mentale; i Servizi per le Dipendenze Patologiche; l’Autorità Giudiziaria; gli Uffici per le Esecuzioni Penali Esterne agli Istituti di Pena; l’Assistenza Sociale delle Amministrazioni Comunali. Convivenza infine con chi è coinvolto nelle vicissitudini (anche giudiziarie) dei pazienti: Parenti, Associazioni, Periti, Avvocati.

Complesse relazioni di condivisione che insistono, per ciò che concerne la Psichiatria, nel particolare milieu culturale della nostra Regione, incline ad un’identificazione semplicistica tra devianza e patologia, violenza e devianza e, per la proprietà transitiva dell’eguaglianza, tra violenza e patologia, e condizionato da quattro forti caratteri distintivi:

  • Invio di pazienti negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in era pre-REMS doppio rispetto alla media nazionale;
  • Servizi Territoriali della Salute Mentale e delle Dipendenze Patologiche che, accanto a buone prassi, hanno a volte mostrato atteggiamenti improntati alla delega della gestione dei casi complessi o con implicazioni giudiziarie agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e alle Comunità Terapeutiche, i primi fuori dalla Regione sempre, le seconde spesso.
  • Poli Universitari capaci di analizzare in profondità i temi della Neurofisiologia e della Psichiatria Forense ma a volte portatori di istanze inclini a raggruppare la complessità clinica in poche onnicomprensive categorie diagnostiche, o all’iperinclusione nella psicopatologia delle manifestazioni più marcate della varietà dei comportamenti umani;  
  • Situazione carceraria del tutto peculiare e difficile, connotata da un numero molto elevato di detenuti (contro i 1600 attesi in relazione alla popolazione, negli Istituti di Pena sardi vi sono 2400 detenuti, di cui 1100 provenienti da altre Regioni o da altri Paesi europei ed extraeuropei, con alta frequenza appartenenti ad organizzazioni mafiose), da carenza di una adeguata assistenza alla Salute Mentale, da una marcata espulsività verso i detenuti disturbanti e manipolativi, con insistente esigenza per questi di diagnosi psichiatriche.

Questa fase preliminare all’apertura non ha coi suoi dialoghi dissolto nel gruppo le angosce anticipatorie, indovine nel contesto sanitario di una violenza inquietante perché portatrice di logiche carcerarie e non di bisogni di salute. Il timore che in modo persistente si ripresentava era: impegnati in queste convivenze saremmo riusciti ad elaborare progetti terapeutico-riabilitativi sufficientemente individualizzati per pazienti tra loro molto diversi, affetti da psicosi e disturbi di personalità? Saremmo riusciti a rispondere alle sollecitazioni poste dalla coabitazione forzata di fenomenologie tanto diverse?

In qualche modo la risposta è venuta da sé. Il problema della gestione dell’intolleranza alla frustrazione, dell’oralità di fondo, delle eccessive pulsioni aggressive è stato il denominatore comune di tutte le situazioni molto più di quello del recupero di uno stato di compenso, questione di settimane al massimo, per il quale è più appropriato il Reparto di Psichiatria presente negli Ospedali Generali, o di quello dell’impostazione di percorsi di salute specifici ed individualizzati. Tra paradosso e provocazione si potrebbe dire che di questi ultimi non c’é stato bisogno: l’esigenza comune è stata contenere la necessità di porre ordine al caos interiore attraverso l’atto violento. Questo ha livellato le nostre prassi, rendendo uguali i pazienti e noi stessi. Con poche eccezioni gli eventi si sono uniformati nell’antitesi Azione/Reazione, con gli operatori obbligati a far coincidere il proprio ruolo con quello di chi impone sanzioni, consapevoli dei rischi della spirale Violenza/Repressione. In questa compressione dei ruoli il tempo è sembrato fermarsi, e gli eventi avvitarsi: al debordare delle richieste, come di norma soprattutto di dimissioni, di caffè e di sigarette, è corrisposta la sequenza mono-tona dei dinieghi (non è compito nostro, non si può, si è già dato). La giornata ha cominciato ad essere scandita dallo schema binario della richiesta e della risposta, e lentamente ci si è resi conto che questa ripetizione ritmica diventava la misura del tempo, il canone da seguire e a cui adeguarsi. E se, trascorsa la prima fase feconda di novità, questo disporsi delle cose non ha potuto non generare un senso di stanchezza e di noia, successivamente ha cominciato a maturare negli operatori, per il rifiuto del ruolo di custodia assegnatogli, la necessità di dare significato a quanto accadeva. La trasgressione insistita a volte con violenza non è stata più soltanto il generatore automatico della sanzione, ma anche la parte di un rito per la sua continuità capace di lenire l’angoscia. Gli agiti ricorrenti (la richiesta di eccezione alle regole, l’accusa agli operatori di essere la causa dell’internamento in REMS, quella di appropriarsi dei beni lasciati in custodia) sono stati letti non più soltanto come espressione di un’antisocialità spontaneamente provocatoria, ma anche come un gioco delle parti, quella degli ospiti e quella degli operatori, che si attenevano ad un copione in un certo senso già scritto. Ed allora l’interrogativo é diventato: chi é il protagonista della rappresentazione? Chi conduce l’azione? E’ il paziente con le sue richieste ad essere la parte attiva, lasciando la parte passiva all’operatore, con la sua necessità di riconvertire in positivo l’energia immessa nel sistema? Comprensibilmente, fisiologicamente si potrebbe dire, le prime interpretazioni hanno risentito del timore di perdere il diritto/dovere di governo, e conseguentemente di smarrire la propria identità. Insensibilmente però, e proprio approfondendo il problema dell’identità, le riflessioni hanno prodotto risultati più complessi. La ritmica ripetizione dei gesti ha assunto il significato della positiva continuità, della stabilità, e di conseguenza della preservazione della propria identità in una fase di transizione dai confini incerti, sia negli operatori che nei pazienti. E nei primi, progressivamente nella ripetizione consolidandosi il senso della fiducia di sé, è maturata la capacità di concedere e di farsi condurre.

E così, lasciandoci condurre, concedendo spazi, siamo diventati diversi. Come nel mito ogni eroe divide il caos primigenio con un atto violento, premessa all’ordine, ma lo fa in modo “diverso”, così ogni paziente ripropone la questione da cui all’origine siamo partiti, l’infinita ripetizione della trasgressione, in un modo che richiede una risposta “originale” e diversa. Chi ha avuto bisogno di separarsi dalla famiglia e chi di riaccostarsi; chi ha avuto bisogno di una terapia farmacologica e chi no; chi di parole e chi di fatti; chi di immedesimazione e chi di distacco. E gli operatori, nel ramificarsi e differenziarsi delle relazioni, pur tra dubbi e timori forse stanno imparando a riconoscersi non in una categoria e nei suoi rigidi codici di comportamento, ma nelle necessità espressive della propria persona. Come se il confronto con esigenze dissimili gli avesse diversificati, permettendo di esprimersi in modo personale e libero, fenomeno degno d’interesse perché accaduto in un ambiente restrittivo. Un moto di libertà che pare procedere dai ristretti verso chi è libero. E i pazienti, intimiditi ma curiosi dei maggiori spazi da amministrare, rispecchiandosi nella normalità degli operatori, forse sono diventati autori di relazioni più quotidiane e normali. Le esplorazioni di questi mondi nuovi non sono per niente prive di sofferenza, i naufragi e le sconfitte si alternano alle conquiste, e non solo tra le parti ma all’interno di ciascuna di esse pulsano conflitti e contrasti. Però esiste un momento in cui esiste un noi, quando fuori dalla REMS per concessione dell’Autorità Giudiziaria, sin dall’inizio sensibile e attenta alla componente riabilitativa dei percorsi, pazienti ed operatori chiacchierano seduti in una trattoria o in un caffè, o passeggiano per le vie del centro. In tre anni, nelle tante licenze, nessun paziente ha rinunciato al piacere di essere diverso nell’essere disteso, e tutti gli operatori si sono concessi il piacere di essere diversi togliendosi la divisa.

E da ultimo: tutto questo può convivere? Le psicosi e gli sviluppi abnormi di personalità possono coabitare in un ambiente che non ha più metri quadri di un Servizio di Diagnosi e Cura ma in cui si sta per anni e non per giorni? A dispetto di quanto riportato dai dati dei Paesi di tradizione anglosassone, più pragmatici e concreti? Possono convivere le canoniche lacerazioni intestine al personale con il confronto quotidiano alla lentezza del divenire nella salute mentale? Possono convivere e collaborare Istituzioni dalle finalità così diverse da poter essere persino antitetiche? Non siamo in grado di dare una risposta definitiva, possiamo solo dire che questa convivenza rappresenta una varietà, così com’è varia la vita che gli operatori ritrovano alla fine del turno di lavoro e che gli internati ritroveranno alla fine della misura di sicurezza, come voluto da una legge certo incompleta ma di illuminata ispirazione costituzionale.

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FISARMONICA

Tra i tavolini, nella piazza davanti alla Cattedrale, Pietro divertiva turisti e passanti. La chiesa era bella e lui l’aveva sentito subito. Bella chiesa, molti turisti. Ma non era stato solo per quello. È che quella bellezza l’aveva toccato, e standoci vicino si sentiva a casa. Comunque era lì, a suonare la sua fisarmonica. Non era nuova, anzi. Ma in buone condizioni, e valeva quanto l’aveva pagata. Era diventato bravo, e i soldi arrivavano. Le dita saltavano agili sui tasti, e le melodie balcaniche e italiane avevano il loro successo. Andavano da sole, lasciando la testa libera per i fatti suoi.

Era scappato.

Cosimo, alla centesima volta che lo portava fuori a fare il giretto in macchina, i cinque minuti di libertà, era sceso per aprire il cancello. Pietro aveva preparato quel momento per un anno intero. Quando il cancello si era aperto aveva accelerato sgommando. Sopratutto si ricordava di questo, aveva sgommato! E calcolato tutto. Sapeva che Cosimo sarebbe corso dentro, che avrebbero chiamato i carabinieri e che avrebbero tentato di inseguirlo. Ma lui in 20 minuti aveva raggiunto la stazione, mollato la macchina ed era corso a Stampace, dove aveva trovato rifugio per 24 ore in uno dei sottani brulicanti di senegalesi che per 50 euro avevano accettato di ospitarlo. Il tempo di andare all’appuntamento con chi gli aveva procurato il documento falso ed il biglietto per la nave per Napoli, tutta roba organizzata in darknet nei pochi minuti di connessione che gli davano ogni giorno, e si era imbarcato. A Napoli gli era stato facile restare nell’ombra, con l’aiuto della rete degli Albanesi. Era dimagrito e si era fatto crescere una barba folta. Dopo essersi procurato un cellulare pulito, si era spostato di costa. Era arrivato a Bari, pensando che da lì in qualche modo sarebbe riuscito a tornare in Albania. Invece il tempo era passato, e non era stato un tempo favorevole agli sconfinamenti: tutto era presidiato, e non tanto per la sua fuga, un po’ dimenticata, ma per i migranti.

La sua fuga dalla REMS.

Intanto si sentiva in colpa per i casini che aveva creato. C’era stata un’inchiesta, e un po’ tutti avevano passato guai. Non solo Cosimo, per cui gli dispiaceva più di tutti, la persona che gli aveva dato più affetto. Ma molto anche per Carla, la psichiatra con cui trascorreva la maggior parte del tempo: alla fine l’aveva convinta a dargli fiducia. Sotto sotto però ci godeva. Uff che palloso lo psicologo, basso e grasso, parlava sempre e non ascoltava mai! E l’infermiere Paolo, con i suoi riccioli biondi e la sua mania di suonare la chitarra e di saperla lunga sulla vita! E la Guardia Michela, grande grossa palestrata, tutti i santi giorni a dimostrare che ai maschi la sapeva cantare… E Filippo, l’educatore, piccolo e carino, così femminile che sarebbe stato benissimo con gonne corte e tacchi alti. Insomma, li aveva messi tutti nel sacco, e una certa soddisfazione ancora cela cavava, ad averli fregati, compreso il capo, che non c’era mai, sempre con le sue riunioni dall’assessore… e quando c’era sempre a metter regole. Però…

Però non non c’erano dubbi: gli avevano dato tutto, compresa la possibilità d’imparare a suonare la fisarmonica. A Matera se n’era procurata una, usata ma in buone condizioni, poche centinaia d’euro. Ed arrivato a Bari aveva messo a frutto. Tutte le sere, più a lungo nei fine settimana, tra  i tavolini dei ristoranti ci dava dentro, inzuppando la camicia di sudore ma bravissimo, col suo repertorio personale ma anche capace di accontentare le richieste dei clienti. Tirava su parecchio, a fine serata, e dopo pochi mesi aveva potuto lasciare l’appartamento che condivideva con quattro manovali di Tirana, e si era potuto permettere un piccolo locale mansardato nella città vecchia, tra i baresi che a differenza di altre città non cedevano e non si facevano mandare vie dalle case che le loro famiglie avevano occupato da generazioni. La fisarmonica era stata la svolta. Non solo gli dava da campare, ma l’aveva anche aiutato a riflettere su quello che voleva fare. Tornare in Albania no, non avrebbe avuto senso. Come suonatore non avrebbe alzato un Lek. Invece lí guadagnava tanto da chiedere a Sofia di raggiungerlo. Aveva pensato a lei ogni giorno dei due anni passati lí, ed aveva quasi raccolto quello che serviva per pagarle il viaggio da Valona. Beh, non aveva pensato solo a lei, chiuso nella struttura. Le infermiere le aveva guardate, e anche sognate, ma erano stati sogni da recluso. Cercava di immaginare come sarebbe stata la vita in due, in quello spazio così piccolo, e con i soldi che non erano certo da buttare. E, per dirla tutta, aveva una bella dose di paura. Non solo di rivederla e di scoprire che le cose non erano più come prima. Ma anche di sé, dei suoi cambi d’umore sempre lì a dargli fastidio, e a dirgli che era ancora lui, bene o male. Sofia comunque non si decideva, forse non poteva e forse non voleva. E lui sentiva sempre più forte il bisogno di essere ascoltato, di essere guardato, ma non come gli capitava tra i tavolini: li era al centro dell’attenzione, però non c’era davvero. Non c’era quella parte che non mostrava più a nessuno, perché a nessuno interessava e perché nessuno era più costretto a guardare: Pietro che faceva casino, Pietro che si immusoniva, Pietro che piangeva. Gli veniva l’idea che forse Sofia la voleva per questo, e si sentiva soffocare, perché sentiva che ad un certo punto non gli sarebbe più bastata, avrebbe voluto un pubblico diverso. Queste cose gli facevano venire l’insonnia, e aveva cominciato a camminare di notte, nel labirinto delle strade del centro o per il lungomare. Andava e veniva tra i due porti, fino a quando la gente andava via dai ristoranti e restava solo con i suoi pensieri. Camminava fino a stancarsi abbastanza da dormire. Non prendeva più farmaci e faceva fatica a prendere sonno. In una notte così aveva trovato il Nano. Aveva sentito un lamento, e si era avvicinato, entrando in un vicolo. Il Nano sembrava un bambino, raggomitolato per terra, la faccia tumefatta e una ferita in testa da cui usciva un bel po’ di sangue. Pietro all’inizio era restato fermo. Poi d’impulso aveva sollevato quel corpo piccolo e a piedi l’aveva portato a casa. Il Nano in pochi giorni si era ripreso, non era grave. Aveva raccontato una storia di soldi non resi, che viveva all’alloggio dei senza tetto sotto le carceri e che mangiava alla mensa. Dopo una settimana sen’era andato, e dopo un mese era tornato, per abitarci. Alla terza volta che si erano visti in Piazza, era stato Pietro a fargli la proposta. Si era fatto due conti e gli aveva detto: “ Vieni a casa, mi diverti il pubblico mentre suono e se guadagniamo di più é più facile per le spese”. Il Nano non se l’era fatto ripetere due volte: sapeva far ridere e di vivere all’ospizio non ne poteva più. Per tutti e due non era solo una questione di conti. Avevano voglia, senza dirselo, di rendere conto a qualcuno di quello che facevano, di tornare tardi e di sentirsi dire: dov’eri? Per la prima volta Pietro viveva con qualcuno per convenienza e affinità, e il Nano (Ma come ti chiami, Nano? E tu chiamami così, che il mio nome non mi piace) si sentiva a suo agio, in qualche modo protetto e libero dalla voglia sempre sentita di tirare fregature ad un amico. E Pietro come al solito si sentiva tirare da una parte e dall’altra. Più stava bene col Nano e più aveva l’impressione di accontentarsi. Quasi gli dava la colpa di fargli dimenticare la sua famiglia, e un po’ gli voleva bene e un po’ sentiva qualcosa rodergli. Una famiglia con cui non aveva praticamente più contatti, se non quelli rarissimi con la madre. Il Nano lo capiva, e non se la prendeva. Quando Pietro arrabbiato con se stesso gli dava addosso ascoltava, non diceva niente, versava due bicchieri di vino. Non lo compativa, non lo consolava e non lo contrastava. Ci beveva insieme finché Pietro non la piantava e sene andava a letto. Il Nano a quel punto si scolava quello che rimaneva e pensava che l’indomani le cose si sarebbero aggiustate. E difatti il giorno dopo in piazza come se niente fosse. Il Nano non faceva il buffone mentre Pietro suonava. Semplicemente stava vicino a lui, seduto su uno sgabello, e lo guardava con un’aria divertita e assorta, contagiosa. Dopo un po’ i passanti si fermavano e facevano lo stesso, come se si chiedessero cosa ci fosse da guardare. Il Nano faceva delle mosse impercettibili, minime, che fatte da chiunque altro sarebbero passate inosservate. Si accendeva una sigaretta, accavallava le gambe, si stiracchiava. E quando si formava un gruppetto sufficiente faceva il segno a Pietro di smorzare il volume, e raccontava una o due storielle. Fatti veri o di fantasia, ma ben detti, con ironia divertente. La gente si scopriva rilassata e sapeva ringraziare. La sera, fatti i conti, spesso si separavano. Pietro imparava nuove melodie e stava coi suoi pensieri, il Nano usciva. Certe volte tornava eccitato, spesso di cattivo umore, qualche volta contento. Pietro l’aveva capito abbastanza in fretta, ci era passato: il Nano giocava. E adesso il vino lo tirava fuori lui, ed era il suo turno di stare ad ascoltare. Non c’era voluto molto, il nano era entrato in un giro di scommesse, roba brutta, combattimenti tra cani. Pietro lo aveva seguito e aveva scoperto due cose: che la gente che gestiva le scommesse era pericolosa, e che il gioco d’azzardo ancora gli faceva venire i brividi. Rapidamente il poker aveva cominciato a mangiargli i soldi, come i cani mangiavano quelli del Nano. Per un po’ di tempo avevano smesso di parlarsi, inariditi. Finché un giorno il Nano era sbottato, tutti e due avevano vuotato il sacco, e così tanto non si erano sentiti mai capiti. Invischiandosi sempre di più nel giro, dibattendosi, Pietro capiva perché più desiderava uscirne e più giocava. Nell’immagine riflessa che il Nano gli dava vedeva chiaro, e con quella faccia allo specchio sentiva un legame. Sdoppiato, tossico, non si sentiva più solo. Seguiva il Nano come un’ombra, e quella notte non c’era niente di diverso. Il Nano davanti e lui due angoli dietro. Quando lo vide era a terra, lo prendevano a calci in tre. Restò fermo, la bocca secca, teso.

22 Settembre 2018

Il Gruppo di Lavoro della Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza di Capoterra.