Bringing it All Back Home

19 aprile 2011, ore 21.20

  • Cosa può  ancora dire un disco pubblicato nel marzo del 1965? Molto, specie se si tratta di Bringing It All Back Home di Bob Dylan. Si parla infatti del primo capitolo della trilogia elettrica che sconvolse il mondo del folk e che, passando dalla Highway 61per tingersi di Blonde on Blonde, traghettò Dylan nell’universo delle rockstar o, a detta di Maureen Down – una delle penne più avvelenate e forse meno aggiornate delNew York Times – nell’Olimpo creativo dei venduti.
  • Perché il disco  inizi a raccontarci qualcosa non è nemmeno necessario estrarlo dalla custodia. Sin dalla copertina ci permette di visitare la casa da dove si parte, per poi tornare dopo aver accumulato esperienze da riportare, per l’appunto, a casa (riportando tutto a casa è la traduzione letterale del titolo). Vediamolo questo interno domestico:  dominato dalla figura di Sally Grossman, la moglie di Albert – il manager di Dylan – beatamente adagiata sul divano e vestita di un rosso che  tutto lascia pensare tranne che all’angelo del focolare. Dylan è in primo piano: tiene in braccio un gatto mentre l’immancabile armonica a bocca poggia sul manifesto di un rifugio anti-nucleare. Davanti a lui un pugno di album folk-blues; dietro Sally il suo lavoro precedente: quell’Another Side Of che sin dal 1964 avrebbe dovuto far capire che il profeta di una generazione aveva deciso di occuparsi d’altro: di passare dalle battaglie per i diritti civili a quelle che si combattono quotidianamente con l’altra metà del cielo (avvertire Maureen Down, please).
  •  A questo punto può iniziare l’ascolto  di Subterranean Homesick Blues, anzi, sarebbe ancora meglio la visione, per poter apprezzare l’idea geniale che sta alla base di quello che sarebbe poi diventato il primo videoclip degno di tal nome nella storia della musica: Dylan che sfoglia i cartelli con frasi del testo. Proprio i testi costituiscono il punto di forza dell’album; ancor più che la decisione di farsi accompagnare per la prima volta, e solo sul primo lato del disco, da una band elettrica: scelta fondamentale per la storia del rock, ma pur sempre storia, mentre la lettura dei testi mantiene tutto il suo valore anche nel presente. Incontriamo così vari personaggi: a partire dalla protagonista di She Belongs to Me, che non inciampa mai semplicemente perché non ha posto dove cadere  -nel senso che non può scendere più in basso di dove già si trova – eppure è ugualmente capace di prendere il colore della notte e dipingere il giorno di nero. Facciamo poi conoscenza con la famiglia di Maggie: l’emblema di ogni autoritarismo, di un sistema dove tutti vogliono farti diventare come loro nonostante i tuoi sforzi per restare quel che sei. C’è poi un’altra  figura femminile, quella di Love Minus Zero: che parla come il silenzio, ride come i fiori e sa benissimo che non c’è successo  come il fallimento e che il fallimento non è  affatto un successo. A furia di rincorrere donne tanto complesse ci si ritrova On the Road Again, o meglio, ci si sveglia con una rana nei calzini, in compagnia di un aspirante suocero che indossa la maschera di Napoleone mentre la moglie si nasconde dentro il frigorifero. L’ironia di Dylan deve ancora sfogarsi e lo fa nel brano che chiude il lato A: un racconto acidamente onirico che vede il capitano Achab finire in prigione prima ancora che Colombo scopra l’America.
  • Si cambia lato e si cambia anche suono: si torna al Dylan one-man-band delle origini – voce, chitarra e armonica – per andare alla ricerca di Mr. Tambourine Man, lo spacciatore di fiducia, che ci permette di dimenticare l’oggi almeno fino a domani e  ci accompagna alle porte dell’Eden.  Il disco volge alla fine, ma non prima di averci mostrato cartelloni pubblicitari che ti inducono a pensare di essere colui che può fare ciò che non è mai stato fatto, che può vincere ciò che non è mai stato vinto, mentre la vita reale va avanti senza di te. Del resto, It’s alright ma, I’m only bleeding. Il vero finale è però riservato a un addio: al folk? Alla sinistra? A Joan Baez che le rappresenta entrambe? L’unica cosa certa è che It’s alla over now, baby blue.
  • Si può ora riprendere in mano la custodia dell’lp, per leggere una grande verità che si trova sul retro della copertina: dove campeggia un’avvertenza della Columbia: In short, you can purchase this record with no fear of its becoming obsolete in the future(in breve, potete comprare questo disco senza paura che diventi obsoleto in futuro). E pare  sia andata proprio così, dal momento che, almeno al sottoscritto, questo disco del 27 marzo 1965 ha detto queste e tante altre cose in data 19 aprile 2011.

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