Paterson

È uscito l’ultimo film di Jim Jarmusch, il regista più indie sotto il cielo, che racconta una settimana della vita di Paterson, un autista di autobus urbani della (sua) omonima città, Paterson appunto, nel New Jersey.

Il protagonista è un poeta, che scrive in pausa pranzo o prima di partire per il suo giro, raccontando con parole inattese frammenti ed emozioni ispirati dalla sua sensibilità. La sua vita segue una routine che da subito intrappola lo spettatore con il suo glamour: la sveglia al mattino al fianco della moglie Laura (come la Laura di Petrarca), rapita a sua volta dalla propria pulsione creativa, con una leggera ossessione per la decorazione optical bianco/nero, la camminata verso il lavoro con il portapranzo e il quadernetto delle poesie, il collega lamentoso, il giro con l’autobus e il sali-scendi dei passeggeri. Alla sera poi, la passeggiata con il burbero bulldog inglese Marvin, che lo odia e gli fa dispetti (ricorrenti anche questi), di cui Paterson peraltro non sembra accorgersi, e la tappa quotidiana al pub, dal barman comprensivo (e con la faccia da bulldog pure lui), per la sua birra serale.

La ralazione con Laura, anch’essa raccontata nella ripetitiva uguaglianza delle loro giornate, è una storia d’amore e di comprensione, lievemente surreale come piace a Jarmush, mai melensa, incorniciata e rappresentata anche dagli oggetti e dall’arredamento della casa, progressivamente reiventato da Laura che dipinge praticamente tutto (bicchieri, tende, persino la buccia dell’arancia nel portapranzo di Paterson).

Anche la città concorre alla continua ispirazione, attraverso i paesaggi urbani e periurbani, i bellissimi dialoghi dei passeggeri del bus, le persone per le strade (con una assurda frequenza di gemelli) e con i grandi personaggi nati o vissuti lì: i poeti William Carlos Williams e Allen Ginsberg, ma anche l’anarchico italiano Gaetano Bresci.

Il protagonista risulta quasi inerte di fronte ai (pochi) avvenimenti della storia, intento più ad osservare che ad agire, interessato a raccogliere, nel susseguirsi delle ore della sua giornata, tutta la bellezza che i suoi occhi di poeta riescono a vedere e che Jarmusch trasmette dal primo fotogramma, in una trama senza trama dal potere quasi ipnotico e trasognante.

È un film per sognatori, per chi ama i racconti di Carver e, ovviamente, il cinema di Jarmusch. È consigliabile nella versione in lingua originale perchè il doppiaggio (seppure curato dallo stesso regista), con la sua innaturalità, ne riduce la potenza.

Happy new Jarmusch a tutti.

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