Cronache dell’Ecomondo

La settimana scorsa si è svolta a Rimini la manifestazione Ecomondo, una delle più importanti esposizioni a livello europeo in tema di ambiente, giunta alla sua 23esima edizione. Nata come momento di confronto sulla tematica della gestione dei rifiuti (si chiamava infatti Ricicla), a cui sono comunque dedicati la maggior parte degli spazi espositivi nonché dei momenti di approfondimento, si occupa ormai di numerosi aspetti legati all’ambiente, al territorio, alla loro gestione, rappresentando uno spazio dialettico importante tra gli operatori della cosidetta green economy, i rappresentanti dei vari livelli istituzionali che si occupano di gestire e definire gli strumenti di tutela e controllo (leggi, regolamenti, direttive, ecc.) e gli ambiti della ricerca. In questa edizione l’argomento principale era l’economia circolare, ovvero la realizzazione di un sistema di utilizzo e riutilizzo delle risorse che ne permetta un consumo sostenibile, garantendo nel contempo lo sviluppo dell’economia e del mercato. 

Senza entrare nel dettaglio delle definizioni e delle scuole di pensiero, diamo qui per assodati i segnali incontrovertibili della necessità di attuare un cambio di rotta e ripensare seriamente e in modo fattivo al nostro stile di vita, nonchè a tenere nel giusto peso (relativo) gli indicatori di benessere che sinora hanno governato le nostre scelte (ad esempio il PIL); questo modello di economia circolare pertanto è imposto, se non voluto, dai vincoli insiti nel sistema (nell’ecosistema) in cui si trova essa stessa ad operare. E d’altronde proprio la rilevanza di Ecomondo, la grandissima partecipazione e l’ampiezza del dibattito tra operatori economici e soggetti politici sta a dimostrare che la dipendenza del sistema economico dai limiti della biosfera è un concetto finalmente acquisito. 

La manifestazione era ricca di eventi di buon livello e offriva una rappresentazione dello stato dell’arte dei settori produttivi operanti in campo ambientale, ma ha rivelato, nonostante le tematiche trattate, poca sostenibilità: all’interno della fiera i veicoli del domani (anzi dell’oggi) per il trasporto pubblico e privato, alimentati con combustibili non fossili, all’esterno chilometri quadrati di automobili parcheggiate e pochissimi mezzi pubblici. Nell’era del digitale, ogni stand distribuiva generosamente depliant e brochure cartacei, che finivano per la maggior parte nei cestini. Per non parlare dei gadget, molti dei quali in plastica (borse, penne, pile, ecc., addirittura una società elargiva delle confezioni del tipo di quelle usate per il cibo take away, avvolte da uno strato di cartone, al cui interno, oltre a un papiro da un metro quadrato sull’azienda, c’era un frutto!). Ora, ache se si trattasse per la maggior parte di materiali recuperabili, viene mortificato proprio il punto fondamentale di un approccio di sostenibilità, quello che è alla base delle buone pratiche per il contenimento dei rifiuti, del consumo delle risorse e della produzione di inquinamento: non sprecare. Prima di end of waste (che era uno dei focus della fiera), zero waste, se non è proprio necessario, mentre si è assistito a uno sperpero di risorse perpetrato con estrema leggerezza, in contrasto con i predicati dei diversi dibattiti. In alcuni seminari, si citavano dati sul consumo equivalente di CO2 di diverse attività: sarebbe interessante conoscere l’impronta ecologica di Ecomondo.

Ancora più impressionante perché l’Emilia Romagna è sempre stata una delle regioni più avanzate anche per le politiche ambientali. Anche Rimini non sembra sia stata stimolata da questa manifestazione, così rilevante per la città (e per il suo padiglione fieristico), a giudicare dalla gestione del traffico, viste le colonne di macchine ferme nei viali cittadini al mattino, le pochissime corsie preferenziali e piste ciclabili, il trasporto pubblico risicatissimo: un esempio di non circolarità (a parte la battuta sin troppo scontata sul fatto che non si circola affatto).

Un’altra riflessione, marginalmente collegata alle tematiche ambientali, riguarda semmai la diffusione di una certa maniera di dialogare, evidentemente ritenuta consona anche in contesti pubblici oltre che istituzionali, ispirata da una tavola rotonda sul tema dei rifiuti, che riprendeva un interessante  articolo di Jacopo Giliberto su Il Sole 24 ore del 15 ottobre 2018 in cui viene rappresentata la situazione nazionale e internazionale della gestione dei materiali in uscita dagli impianti di recupero di rifiuti, a seguito della decisione della Cina di chiudere le proprie frontiere a questi flussi, compresi quelli provenienti dall’Italia, che ha generato un clamoroso black out con conseguenze difficili da governare. Nell’articolo si esaminano le cause della crisi italiana, che comprendono:

  • l’inadeguatezza del settore industriale ad assorbire i flussi di materiali provenienti dai vari processi di recupero (seppure in questo l’Italia occupi posizioni di spicco nel panorama europeo); 
  • gli squilibri causati dall’imposizione, da parte del governo inglese, di una tassazione altissima sui rifiuti conferiti in discarica, che ha determinato un flusso di rifiuti verso gli inceneritori europei, con conseguente aumento delle tariffe di smaltimento, oltre che con la saturazione dei volumi disponibili. 

Oltre a queste dinamiche, l’articolo riporta la difficoltà di realizzare in Italia impianti di trattamento rifiuti, in particolare termovalorizzatori, a causa dei timori della opinione pubblica per gli effetti negativi sulla salute derivanti dall’esercizio di questi impianti. 

Il moderatore della tavola rotonda era Sebastiano Barisoni, giornalista professionista, conduttore del programma Focus Economia di Radio 24 – Il Sole 24 ORE, di cui è vicedirettore esecutivo. Partecipavano, tra gli altri, i rappresentanti delle maggiori municipalizzate italiane (Hera, Iren, A2A), di Confindustria, della Regione Emilia Romagna, del Ministero dell’Ambiente, ed era presente il presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati. Il moderatore ha subito incalzato quest’ultimo ad esprimere gli orientamenti del governo e/o della Lega (qualora diversi) rispetto alla necessità, per l’Italia, di dotarsi di nuovi inceneritori, esternando il proprio pensiero relativamente alla fase di partecipazione pubblica ai processi decisionali, che lui riteneva esercitata in maniera controproducente, spesso strumentale. Con una serie di esempi che miravano a descrivere la sostanziale ignoranza del cittadino medio e che andavano dalle scie chimiche, al rischio autismo legato ai vaccini, al movimento no TAV,  all’alimentazione vegana (“che uccide il comparto della zootecnia e quindi io dico uccidi un vegano, salva una pianta”), il moderato(re) arrivava a concludere, tra l’entusiasmo di molti, che era tempo di smetterla di rispondere a contestazioni palesemente infondate “in punta di fioretto”, come erano soliti fare gli operatori del settore rifiuti, sempre visti con sospetto dai più, sempre costretti a difendere le loro proposte con estenuanti dibattiti, controdeduzioni, studi e perizie di parte, senza soluzione di continuità e senza certezza sulla conclusione di procedimenti. Sosteneva che era arrivato il momento di uscire dalla ipocrisia “per cui uno vale uno” nonché di rispondere in maniera adeguata ai continui attacchi dei vari professori ed esperti di turno, con competenze acquisite su Wikipedia, le cui tesi riempiono il web e agitano la testa del popolino. 

Il rappresentante di una delle municipalizzate, sull’argomento, ha voluto portare come esempio proprio la Gran Bretagna la quale, dopo aver commissionato uno studio sulla pericolosità degli inceneritori che ne ha dimostrato la trascurabilità degli effetti, ha diffidato le regioni a spendere denaro pubblico per ulteriori approfondimenti sull’argomento, che ormai è da intendersi completamente chiaro e definito. Il presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati ha dichiarato da parte sua che è intenzione del Governo realizzare tutti gli inceneritori che servono, nel tripudio generale della maggior parte dei partecipanti.

Il dibattito assumeva un tono sempre più triviale, con qualche battuta meramente sessista (anche inconsapevolmente sessista, e lì sta la gravità della cosa), in una atmosfera da armiamoci e partiamo, stonata in un contesto di approfondimento tecnico quale è quello di una manifestazione della portata di Ecomondo. Nonostante i toni della discussione, è vero che la partecipazione del pubblico ai processi decisionali possa rappresentare, a volte, un appesantimento per le procedure, che si riflette su tutti i settori (pubblico e privato), e che l’esercizio della contrapposizione e della polemica sia spesso funzionale a sé stesso e sconnesso dalle cause di fondo, ma occorre ricordare alcune cose. Una è che la partecipazione del pubblico ai procedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale è stata sancita dalle norme comunitarie nel 1985 (Direttiva Comunitaria 85/337/CEE), subito dopo recepite da quelle nazionali (Legge n. 349 dell’8 luglio 1986 e s.m.i. e D.P.C.M. 27 dicembre 1988 e s.m.i.), e discende dal riconoscimento del diritto di essere preventivamente e adeguatamente informati in merito alle decisioni che avranno ricadute dirette sulla vita delle persone, come quelle di realizzare progetti di una certa rilevanza, e di partecipare alla fase decisionale con la presentazione di osservazioni, le quali devono essere riscontrate dai proponenti le opere e i progetti.

Si può discutere su come le condizioni attuali, rispetto al periodo dell’entrata in vigore delle norme di cui sopra, siano mutate: vi è sicuramente un più facile accesso da parte del cittadino comune a dati e informazioni, difficili da verificare, mentre nel passato le fonti erano rappresentate perlopiù dalle stesse società proponenti le opere. Questo facilita l’innescarsi di contrapposizioni a volte strumentali, fuorviate da un eccesso di diffidenza, che può rendere la prospettiva miope e che alla fine porta, spesso, a scontentare tutti. 

È il caso di fermarsi a ragionare sul perché ci si senta diffidenti sia verso le proposte progettuali che verso la gestione delle procedure da parte delle amministrazioni pubbliche: è sin troppo facile parlare di popolino, di medici laureati su Google, ecc., senza ricordare quante volte lo stato o le regioni hanno avvallato progetti risultati poi drammaticamente fallimentari, come il MOSE, per citare un esempio di opera che ha ottenuto una VIA positiva e che ha mostrato la sua inefficacia (i detrattori lo hanno sempre saputo), oltre che un impatto irreversibile e drammatico sull’ecosistema della laguna di Venezia, con costi spaventosi di realizzazione e di manutenzione. E se si volesse incolpare il malaffare che ne ha accompagnato la realizzazione, si tratta di due facce della stessa medaglia, che si traducono, per i cittadini, in una unica risposta, che è appunto una risposta di sfiducia. 

Quindi, sarebbe più che opportuno, anziché postulare restrizioni dell’espressione democratica, pericolose e controproducenti per tutti, inaugurare una stagione di confronto serio, svolto in debito anticipo rispetto alla programmazione degli interventi, che renda il cittadino realmente consapevole, con processi partecipativi chiari e regole condivise, realizzando il coinvolgimento dei territori, fondamentale per l’accettazione della loro trasformazione. Non può infatti venire meno il principio della condivisione delle informazioni e della partecipazione al processo decisionale da parte dei soggetti che si troveranno poi a convivere con gli effetti a lungo termine delle opere, le trasformazioni territoriali, le modifiche del paesaggio e della fruizione degli spazi, i cambiamenti irreversibili.